Approccio olistico alla prevenzione e cura di patologie complesse cronico-degenerative

La cura di malattie croniche complesse rappresenta oggi la sfida principale per i sistemi sanitari di tutto il mondo; la cronicizzazione dei processi coinvolge diverse patologie, a partire da quelle infettive per finire a quelle neoplastiche, passando attraverso malattie dismetaboliche, autoimmuni, obesità, invecchiamento. Tuttavia le organizzazioni sanitarie sono essenzialmente configurate per il trattamento in acuto delle singole patologie e non per affrontare le condizioni cliniche multi-patologiche. Il trattamento dei pazienti con comorbilità (2 o più malattie croniche associate) richiede un approccio globale a tutto campo, e quindi l’attivazione di programmi di ricerca clinica dedicata e la progettazione e realizzazione di iniziative di formazione adeguata.

A fianco di tale sconvolgimento del quadro nosologico, riemerge prepotente una convergenza sul piano metodologico tra alcuni principi della medicina moderna, basata sulle scienze omiche e sull’evidenza scientifica, e quelli della medicina tradizionale. L’intuizione origina dal concetto di “patologia condivisa”, cioè della stretta concatenazione che si osserva tra distinte entità patologiche, come tra la sindrome metabolica - l’insieme disturbi ormonali, anomalie biochimiche e fattori di rischio cardiovascolare che caratterizzano l’obesità - e l'insorgenza di alcune forme tumorali. Alla base di questa associazione tra entità patologiche apparentemente distinte vi è infatti l’infiammazione cronica, vera e propria forza trainante di una serie di processi patologici, ivi compresa la carcinogenesi e la progressione a tumore. Sicché l’infiammazione cronica appare legata ai problemi di salute più gravi del nostro tempo essendo il comun denominatore nella patogenesi di condizioni disparate: insulino-resistenza, diabete, obesità, asma e altri disturbi respiratori, malattie autoimmuni, psoriasi, eczema e altri disturbi della pelle, malattie infiammatorie intestinali (IBS), aterosclerosi, ipertensione, malattie cardiache, neurodegenerative (Alzheimer, Parkinson), osteo-articolari (dolore), invecchiamento precoce e cancro.

Vi sono evidenze a favore che l’effetto stimolante dell’esercizio o attività fisica sui sistemi di difesa sia in qualche modo attribuibile all’azione antinfiammatoria stimolata dall’esercizio regolare mediato dal network citochinico (miochine anti adipochine) attraverso una riduzione della massa di grasso viscerale e/o all’induzione di un ambiente antinfiammatorio con ogni pratica di esercizio (ad esempio tramite aumento delle citochine anti-infiammatorie circolanti). Sicché l’infiammazione cronica potrebbe rappresentare anche il legame tra alterati stili di vita e cancro.

Evidenze biochimiche e molecolari hanno inoltre confermato la relazione tra dieta, i disturbi del peso corporeo e del metabolismo dei lipidi, il diabete di tipo 2 e l’infiammazione cronica. Ciascuno di questi fattori è a sua volta responsabile delle anomalie biochimiche che favoriscono il processo di carcinogenesi.

Oggigiorno, la medicina moderna e le sue discipline “omiche” (genomica, trascrittomica, metabolomica, proteomica) ispirano la messa a punto di interventi terapeutici sempre più mirati, frutto della traduzione di solide nozioni biologiche nello sviluppo di nuove molecole e soluzioni combinate sempre più personalizzate, particolarmente nel campo della medicina oncologica. Troppo spesso però, a causa dell’enorme gap fra la mole di dati prodotti e la limitata capacità interpretativa di questi, lo sviluppo di nuovi trattamenti mirati risulta in parte compromesso. In aggiunta a questo, non sono disponibili adeguati indicatori biologici in grado di rivelare l’associazione tra i disordini digestivi e l’infiammazione in fase iniziale.

L’avvento delle scienze omiche, i grandi sviluppi nel campo della medicina molecolare e dell’immunologia, le nuove conoscenze acquisibili dalle interazioni genoma-epigenoma, esaltate dall’enorme evoluzione tecnologica con macchinari e strumentazioni automatizzate che consentono di effettuare dei test su un numero molto grande di dati in un tempo ristretto (v. high-throughput sequencing, screening, etc.) impongono sempre più un approccio globale al paziente.

Secondo un approccio olistico, già presente nella medicina indiana ayurvedica, la patologia non costituisce unicamente il risultato ultimo di una sequenza difettosa di meccanismi genetici e biochimici. L'associazione tra infiammazione, sindrome metabolica e tumori suggerisce piuttosto che queste patologie, solo apparentemente distinte, emergano da anomalie più radicate del metabolismo, dell’omeostasi generale e della funzionalità del sistema immunitario. Dalla targeted therapy, ovvero dall’uso di farmaci diretti verso un bersaglio specifico profondamente coinvolto nella patogenesi, si sta andando a grandi passi verso la medicina personalizzata, ove ogni individuo, sulla base delle conoscenze derivanti dalle citate discipline, deve avere il suo specifico trattamento.

Il concetto non è affatto nuovo se già Ippocrate di Cos o Kos (Coo, 460 a.C. circa – Larissa, 377 a.C.), considerato il padre della medicina, sottolineava la necessità di “somministrare diverse medicine a pazienti diversi: quelle dolci non danno lo stesso beneficio a tutti, né gli astringenti producono lo stesso effetto, né i pazienti sono in grado di assumere la stessa bevanda”. Oggi, il suggerimento di Ippocrate va ripreso e meglio definito. Pressoché tutti gli approcci terapeutici cercano di procedere “caso per caso”, sebbene il concetto di personalizzazione della medicina sia stato sviluppato in modi diversi da scuole diverse e spesso si trovi a rappresentare il territorio di un acceso dibattito tra medicina convenzionale e alternativa.

La “medicina olistica” prende in carico il paziente nella totalità della sua persona, mente, corpo e spirito; per tale motivo è spesso ritenuta alternativa alla medicina convenzionale. Niente di più errato. Nel tentativo di promuovere il raggiungimento di una salute complessivamente ottimale per il paziente la “medicina olistica” potrebbe rappresentare l’integrazione ideale tra medicina convenzionale e medicina alternativa.

L’approccio olistico ricerca per definizione un trattamento personalizzato. Il paziente non è più, o meglio non è solo, un caso clinico, bensì una persona con tutto il suo bagaglio esperenziale della malattia. Se poi la malattia, come emerge dalle nuove conoscenze, è essa stessa il risultato di uno squilibrio tra corpo, mente e spirito, allora l’approccio olistico non dovrebbe essere adottato solo come stile terapeutico, a valle della malattia, bensì anche come stile di vita più in generale, al fine di preservare l’individuo dalla rottura di quel benessere sistemico che si troverebbe all’origine di un stato patologico.

Infine occorre considerare che un trattamento personalizzato non può essere valutato alla stessa stregua di una terapia convenzionale che trae la sua legittimazione dalle prove di efficacia, utilizza metodi come trial su larga scala e meta-analisi che sono, spesso, scomodi per chi offre un trattamento estremamente personalizzato.

Ci troviamo attualmente in una fase particolarmente eccitante per la medicina moderna, in cui la rigorosa evidenza scientifica può aprirsi, ed addirittura sposare, alcuni aspetti delle medicine tradizionali. Secondo le attuali vedute, se si riuscisse ad attribuire a questo concetto tradizionale una natura chimico molecolare, come richiesto dall'evidenza scientifica moderna, sarebbe possibile, almeno in parte, spiegare l'associazione tra infiammazione cronica e cancro ed identificare così alcuni sottogruppi di pazienti potenzialmente esposti al rischio di sviluppare la sindrome metabolica e quindi successivamente una forma tumorale. In questo modo sarebbe anche possibile considerare pratiche tradizionali come quelle legate all’alimentazione di tipo mediterraneo, quale fonte di composti bioattivi e fitofarmaci di cui testare le proprietà terapeutiche e chemiopreventive. Proprio questo tipo di approccio sta avvenendo spontaneamente come risultato della graduale integrazione tra le diverse discipline “omiche” e la biologia dei sistemi, con una sempre più stretta convergenza tra meccanismi fisiologici e molecolari precedentemente ritenuti indipendenti. E’ questa la Systems Medicine, o Medicina dei Sistemi (cui si è già fatto riferimento), il cui obiettivo è quello di integrare una vasta gamma di dati biologici e medici, per consentire la comprensione dei meccanismi fisiopatologici, prognostici, diagnostici e di terapia delle malattie. La sfida principale per la biologia dei sistemi è contribuire a un cambiamento del paradigma medico, al fine di costruire le basi per la cosiddetta Medicina delle 4 P: predittiva, preventiva, personalizzata e partecipativa. Questo approccio potrebbe essere utile non solo per scoprire la combinazione migliore e la dose efficace più bassa di farmaci efficaci, in particolare in caso di co-morbidità, in cui più di una malattia colpisce il paziente, ma anche per comprendere meglio la fisiopatologia delle malattie croniche o multifattoriali, attraverso l'analisi della rete dei processi di malattia, e l'identificazione di biomarcatori per la diagnosi precoce, la prognosi e il trattamento personalizzato.

da: Mapping the Human 'Diseasome', Matthew Bloch, Jonathan Corum, The New York Times, 2008

 

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