Conclusioni

Lo sviluppo di strategie chemiopreventive potrebbe portare ad una sostanziale riduzione dell’incidenza di insorgenza del cancro e una riduzione della mortalità attraverso la realizzazione di interventi precoci su individui “ad alto rischio” per specifiche patologie neoplastiche. Ciò implica che la prevenzione non deve prescindere dallo sviluppo di metodi che consentano l’individuazione di soggetti ad “alto rischio”, i quali potrebbero trarre un sostanziale beneficio da interventi preventivi specificatamente disegnati per i loro particolari profili di rischio, definiti sulla base di fattori genetici, stili di vita, esposizioni ambientali, storia di lesioni pre-neoplastiche o una combinazione di questi fattori. Alla luce di ciò oggi si cerca di contrastare l’insorgenza, lo sviluppo e la recidiva dei tumori attraverso l'introduzione in tavola ogni giorno di sostanze naturali contenute negli alimenti, capaci di rallentare, interrompere o fare regredire il processo di cancerogenesi, la cosidetta “chemioprevenzione alimentare”. Come descritto ampiamente, il razionale alla base della teoria dell’effetto di frutta e verdura è la cosiddetta “teoria antiossidante” formulata per la prima volta da Gey nel 1986 secondo cui l’abbondanza in questi alimenti di molecole antiossidanti, principalmente carotenoidi e polifenoli, favorirebbe l’efficace eliminazione delle specie reattive dell’ossigeno con conseguente riduzione del rischio di insorgenza di patologie croniche. Da questa osservazione si ipotizzò che trattare le cellule pre-neoplastiche con antiossidanti, ottenuti da alimenti o supplementi dietetici, attraverso un intervento chemiopreventivo, può determinare una riduzione delle specie reattive dell’ossigeno e proteggere le cellule dall’insorgenza del tumore stesso [Russo GL. et al, Biologi Italiani Dicembre 2010]. Da ciò l’aggiunta di antiossidanti alla dieta è spesso praticata nelle speranza di contrastare e di ostacolare gli effetti dannosi dello stress ossidativo, e quindi, l’insorgenza del cancro e di numerose patologie degenerative. Tuttavia, da tempo, sono state messe in evidenza dalla comunità scientifica le divergenze esistenti tra i dati epidemiologici, che in parte confermano i benefici degli antiossidanti, e la corretta formulazione di specifiche raccomandazioni dietetiche, soprattutto in seguito ai seri dubbi che sono affiorati successivamente alla pubblicazione dei risultati di alcuni interventi di chemioprevenzione su larga scala, in cui, non solo non si è osservato alcun effetto preventivo, ma al contrario, si è riscontrato un aumento di incidenza di tumori [Hennekenes CH. et al, 1996; Omenn GS. et al, 1996; Goodman GE. et al, 2004]. Tutto ciò probabilmente deriva dalla capacità di alcuni antiossidanti di comportarsi da pro-ossidanti o dalla loro capacità di interferire con i meccanismi che regolano la trasduzione del segnale, inibendo oncogeni e attivando oncosoppressori, inducendo differenziamento, promuovendo l’apoptosi, inibendo l’angiogenesi e attenuando i processi infiammatori. Inoltre, non meno importante, è considerare sempre il loro metabolismo e la loro biodisponibilità ancor prima di valutarne l’efficacia chemiopreventiva. La difficoltà principale è quella di integrare proprio tutte le informazioni e le variabili relative ai loro effetti. Poiché le prove di effetti terapeutici degli antiossidanti e, in particolare dei polifenoli della dieta, continuano ad accumularsi, rappresenta un presupposto fondamentale, per la comprensione del loro ruolo nella salute umana, capirne la natura dell’assorbimento, il loro metabolismo in vivo e, quindi, l'identificazione e la misurazione dei loro metaboliti, cercando, così, di analizzare la relazione che intercorre tra causa ed effetto. E’ importante quindi che la validazione della terapia antiossidante si sviluppi attraverso un percorso ben definito che includa studi sperimentali nell’uomo, attraverso protocolli e marcatori biologici perfettamente standardizzati dell’attività antiossidante e del danno radicalico, le due facce del mondo redox, allo scopo di fornire un’informazione corretta e scientificamente valida al consumatore permettendo di utilizzare al massimo le potenzialità dell’alimento per un efficace azione preventiva. Nel settore della chemioprevenzione alimentare, inoltre, si sta affermando l’opinione che trattamenti combinati di molecole antiossidanti diverse possano rappresentare una nuova strategia preventiva, in maniera analoga alla combinazione di farmaci nei protocolli convenzionali chemioteraupetici. L’associazione di molecole diverse a basse concentrazioni, come naturalmente avviene solo con la dieta, può risultare più protettiva dell’assunzione/trattamento di molecole singole a concentrazioni più elevata. Ciò potrebbe condurre allo sviluppo di una “chemioprevenzione combinata” che si fonda sull’effetto sinergico di molecole diverse associate insieme. Paradossalmente la più efficace combinazione di molecole fitochimiche è la dieta. Inoltre, discernere tra i rischi e i benefici degli antiossidanti alimentari richiede un esame attento delle concentrazioni assunte e dei modelli sperimentali utilizzati. In conclusione, la strategia preventiva offre numerose opportunità e promesse, ma presenta ancora profonde problematiche. Emerge, quindi, in modo pressante, la necessità di un approccio multidisciplinare che coinvolga ricercatori di base e clinici prima che la chemioprevenzione alimentare possa diventare parte integrante degli attuali standard di cura. Finora, quindi, sembra che il commento fatto da Halliwell che "un effetto protettivo della dieta non è equivalente ad un effetto protettivo degli antiossidanti della dieta” sia una conclusione prudente. 

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